Quando Vedrai Le Navi In Fiamme Sarà Giunta L'Ora

by MARNERO

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Una Coproduzione Do It Yourself:
Sangue Dischi: www.sanguedischi.com
Epidemic Records: www.epidemicrecords.net
Dischi Bervisti: dischibervisti.com
To Lose La Track: www.toloselatrack.org
Shove Records: shoverecords@gmail.com
Sonatine Produzioni: sonatineproduzioni.blogspot.com
Controcanti: facebook.com/controcanti

credits

released October 1, 2018

MARNERO:
Sartàna Bidònde Sabàta: chitarre, cori
Bulvàr Pastìna: basso, mellotron, cori
Tòni Zàrko Malizìgan Zèta: batteria, cori
J.D. Ràudo: voci, chitarre

Hanno collaborato:
Nicola Manzan: violino e viola
Matteo Bennici: violoncello
Mario Di Battista: pianoforte e synth
Alessandro Casolari: Voci in Il Settimo Senso
Wu Ming Contingent:
Wu Ming II: Voce in Prologue
Egle Sommacal: Chitarre in Prologue

Registrato al Vacuum Studio di Bologna
da Bruno Germano e Enrico Baraldi nel marzo 2018.
Voci registrate astudio da Ravelio Fisik
all’Hombre Lobo di Roma nel maggio 2018.
Mixato da Bruno Germano nel giugno 2018.
Masterizzato da Carl Saff a Chicago nel luglio 2018.

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MARNERO Bologna, Italy

QUANDO VEDRAI LE NAVI IN FIAMME SARÀ GIUNTA L'ORA
______________
Out 1 Oct 2018
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Track Name: Le Navi Non Ardono Ancora
LE NAVI NON ARDONO ANCORA

Quando vedrai le navi in fiamme quello sarà il segnale,
per il momento ascolta il vento, che aspettare non vuol dire rimandare.
Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora,
ma fino a allora resta fermo, che le navi non ardono ancora.

Un fuoco brucia le onde e il mare è fratello maggiore
e insegna a usare le correnti a tuo favore.
Un passo dopo l’altro, rotolando il masso.
Un passo verso l’altro, dall’abisso verso il basso.
Nel cammino ascolta il vuoto e accendi un fuoco che bruci in eterno,
che dopo ogni estate c’è sempre l’inferno.
Ma è già tardi? Forse no. Ma è già tardi? Forse no.
Dal basso verso il basso, rotolando il masso
dal passo dell’Ormai alla rupe dell’Adesso.
Ma è già tardi? Forse no. Forse no, nonostante tutto.
Dal basso, verso l’altro, passo dopo passo
Dal fondo si ripopola l’abisso.

I disertori, gli accerchiati e gli appestati,
scoperto il vuoto scelgono un cammino,
portando il fuoco, dentro la notte, sotto la pioggia
in mezzo ai rovi e in mezzo alle rovine.
E come l’acqua nel suo marciare per non marcire
fra le macerie, non ci si può più fermare.
[E fra bruciare ed estinguersi la scelta è bruciare
e attraversare il dolore per poter dire di essere stati una volta vivi]

Indifferente filtra la pioggia, scorre l’acqua e non si ferma mai.
Allaga la barca, attacca la roccia, scorre, spacca e non si ferma mai.
E fino a quando questo fuoco spegnerà la pioggia
Un lampo di fuoco colora di sangue la pioggia.
Portando quel fuoco in avanti davanti agli idranti sotto questa pioggia
[E fra bruciare ed estinguersi la scelta è bruciare
per poter dire di essere stati una volta vivi]

_________________________
Le Navi Non Ardono Ancora

Oltre la fine delle cose, sull’orlo del Nihil totale, uno scarabocchio di fuoco sopra il mare segnala l’accampamento di una resistenza. Malgrado un diluvio incessante che impedisce di accendere fuochi, avanza in marcia una colonna di donne e uomini senza qualità. Procedono fra le rovine, nelle tenebre, inciampano, cadono, si rialzano. Attraversano le macerie del disastro con i piedi incatenati al proprio cammino e, malgrado tutto, spingono oltre un masso fino alla cima, per poi fermarsi a guardare ad occhi aperti, lucidamente, il panorama. Sotto la pioggia scavano fra i detriti, rimestano nelle ceneri per scorgere una scintilla, o la poca brace residua di un fuoco che forse è ancora acceso. Riempiendo alcuni estintori col poco kerosene rimasto, terranno in vita questo fuoco per rendere abitato l’inabitabile, portandolo dentro la terra e nelle radici, e attendendone con pazienza i frutti. L’attesa non è l’ottimismo di un vago e sospirato avvenire donato dall’alto, ma la lucidità di conoscere le stagioni e cominciare a scavare la terra con le mani, dal basso verso il basso, quando è il momento. Portare questo fuoco significa aver fatto i conti duramente con le illusioni, proprie e degli altri, saper reggere la solitudine senza amarla, accettare la sconfitta senza rassegnarsi. Si può portare questo fuoco solo dal basso, verso l’altro, restando umani. Per non inciampare, il primo passo è a testa bassa e non si guarda in alto, che tanto la pioggia non la possiamo fermare e il fuoco non la spegnerà. La pioggia dall’alto continuerà, perché se ne frega di noi. Ma l’acqua è anche il simbolo della vita che scorre indifferente, che è incapace di fermarsi, filtra tra le crepe del mondo e lo spacca dall’interno. Grazie all’acqua, tra gli interstizi della civiltà, la vita sopravvive, infilandosi nelle brecce, allargandole sempre di più, infilando il dito tra le ferite del sistema, vivendo grazie ai suoi errori. E portando quel fuoco, sotto l’acqua e sull’acqua, in mezzo agli altri, la Ciurma del Disastro riparte.
Track Name: A.C.H.A.B.
A.C.H.A.B.

E così, dopo l’ennesima ferita inflitta dalla vita,
la Ciurma del Disastro è ripartita.
Canta strofe catastrofiche di vele avvelenate
Canta strofe amareggiate dalle mareggiate.
Una fune sull’abisso di mille barricate.

E mentre canti di mendicanti dimenticando
che menti o altrimenti ti lamenti ma tanto
le cose che sono frutto di conseguenze
raramente succedono per incidente.
E così sei al corrente della gamba che manca?
Vai incontro alla corrente o a una balena bianca?

Fermate questo mare primordiale
che rigetta sulla riva questo maledetto male.
Fermate questo Mare di Male!

Narreremo l’orrore nei nostri inni in re minore
fra erinni e rime amare orme e memorie nere
Norme e remore zero, ameremo davvero
questo male detto anche maledetto Marnero
Erreremo nei mari degli errori più neri
Armeremo quei remi e spiegheremo alle vele che
Non siamo noi quelli condannati a fuggire:
siete voi i condannati a rime nere. Bella, Ciao.

_________
A.C.H.A.B.
Achab è il dolore di una perdita. Achab è la disperazione di uno strappo nel cuore in apnea per la mancanza di qualcosa che non può raggiungere, e che quindi brama. Achab è il senso del vuoto di quello che manca, di quello in cui si manca, di quello che ci manca. Achab è una morte a cui è scampato, ma per raccontare che cosa? Inseguitore ed inseguito, è a caccia contro se stesso e si ribella al limite e alla perdita irreversibile. Con una gamba d’osso, un cappio fatto di lenza intorno al collo e una bara come scialuppa, ciò che gli manca cela la sua follìa: la brama di distruggere causa la conseguente necessità di costruirsi un nemico da distruggere, una forza superiore contro cui potersi scagliare e a cui dare la colpa delle proprie mutilazioni, in un crampo di auto-celebrazione (All things you Can Hate Are la Balena). Una volta inventato il nemico, cioè il suo doppio, Achab va incontro al suo destino, un fine, o una fine, voluta da chi desidera espiare il proprio settimo senso, la colpa, per poter chiamare la sconfitta destino. Ma non è stato un incidente, non è stata la sfortuna, non è stata la congiura, non è stato il destino.
Track Name: Il Settimo Senso
IL SETTIMO SENSO

Non è stata la sfortuna. Non è stata la congiura.
Non è stato il destino.
Nemmeno gli alieni, l’isis, l’arbitro
o quel burlone di Dio.
Sono stato, sono stato io.

Sono stato io. Sono stato io. Sono stato io
Colpo di frusta sul colpo di mano, (Sono stato io)
Colpo di grazia chiesta al dio dell’Uragano.
(Sono sempre io) Quando appare la noia in paranoia
ma, in quanto a pare, il vero condannato è il boia.
Non perdonatemi che so quello che faccio
e dentro al buio, a quanto pare, non c’è niente
a parte il rimorso di essere innocente.

(Siamo stati Noi) A domare il mare con la frusta
Scatenando la reazione opposta
(Siamo stati Noi) Ad affrontare la stessa tempesta
ma con una nave a testa
Siamo stati Noi

E come Damocle
non abbiamo mai ballato meglio
che con quella spada sulla testa.

______________
Il Settimo Senso

Sono stato io, dice un Caino qualsiasi, bisbigliando la sua storia, come tutti. Sono stato io, dice (a buttarmi in mare per scappare dalla pioggia a non guardare la ferita a lasciar passare il passato senza che sia neanche mai incominciato). Sono stato io a “vivere la mia morte con un anticipo tremendo” (FdA). Sono stato io a ___________________ (riempi a piacere). Il Settimo è il Senso di colpa degli auto-condannati, impiccati senza corda, o archi o fiato, che vanno avanti portando un debito, o essendo quel debito stesso. Riconoscersi in questo debito comune segna il passaggio dall’Io al Noi: noi, tutti con il nostro capo d’accusa, la devastazione del nostro castigo, il nostro ergastolo, accettando la colpa generazionale di ciò che si è, di ciò che (non) si è stati, di ciò che (non) si potrà mai essere. Colpo su colpa, colpo di scena: la colpa dà dipendenza, e la colpa più grande è quella di aver voluto condurre da soli la nave, nonostante il fatto che attraversiamo, tutti quanti noi, la stessa tempesta. Ma adesso che sappiamo che il condannato è il boia, la vittima è il carnefice, il prigioniero è il guardiano, e ciascuno è sovrano del proprio asservimento, rivendichiamo la colpa di un naufragio volontario, di una diserzione, di un ammutinamento, di aver ordinato di dare fuoco alle navi, e che perciò adesso non si può più tornare indietro. La colpa cerca un castigo o il castigo cerca una colpa? Ho una sola domanda a disposizione per scoprirlo.
Track Name: Detriti
DETRITI

Infermieri slegatemi.
Track Name: Il Dilemma dei Due Guardiani
IL DILEMMA DEI DUE GUARDIANI

Ho una sola domanda a disposizione
per capire se questa è la mia prigione (o è solo una fortezza?)
È una cella verticale più piccola di me
ma a cui manca una parete (o è la mia sicurezza?)
E se fosse la paura di uscire da una cella
e ritrovarci prigionieri in quella accanto? (che è un po’più grande)
Anni a cercare di sfondare una parete di carta
su cui siamo disegnati noi che cerchiamo di sfondarla
Ma diciamola tutta: e se fossi io a mentire?
Se quest’illusione fosse distrutta
potresti trasformarti in una statua di sale.

Te ne sei accorto? Dormi o sei morto?
Dormi o sei morto? Dormi o sei morto? Dormi o sei morto?

La libertà è un nome terribile scritto sul carro degli uragani
Ma se la cella fosse aperta e fossimo noi due i due guardiani?
La libertà è un martello con l’impugnatura rovente,
sempre che dei due non sia poi io quello che mente.
Ma ho una sola domanda a disposizione per sapere
se sono davvero libero di non dover essere libero e poi alla fine chissà
se fino ad ora mi sono battuto per la mia schiavitù
o solo per liberarmi della mia libertà.

Il disastro strappa il velo, deprezza la disperazione
illumina il lato nascosto e svela la prigione.

Ma stai tranquillo, è pur sempre un racconto.
Dormi tranquillo, è soltanto un racconto.

_________
ll Dilemma dei Due Guardiani

“Non ti ho messo in prigione, ti ho solo fatto vedere le sbarre.” (A.Moore, V for Vendetta)
“Vi è sempre qualcuno più prigioniero di me, era la frase che riassumeva allora la sola
speranza possibile.” (A.Camus, La Peste).
Due guardiani, due porte, una sola domanda a disposizione. Ma le domande sono troppe... E se le porte fossero aperte? Le catene sono un limite o una garanzia? E se queste catene fossero immaginarie? Siamo noi i prigionieri, o siamo in realtà i guardiani della nostra stessa prigione? Domande sacrileghe, come lo è a volte la verità. Ma forse queste mura ci servono a difendere una oscena libertà. Quale libertà? La libertà di proteggere chi sta in alto da chi sta in basso? La libertà di depredare le terre e le persone? La libertà di strappare di mano la frusta al padrone per poterci frustare da soli? Il dominio dipende da noi, dai dominati. Senza l’acquiescenza dei dominati, quel muro si sgretola e comincia a franare. La possibilità di liberazione è seppellita nella coscienza degli uomini e solo il disastro potrà riportarla ad emergenza.
Il disastro dà una mano, perché quando le navi saranno in fiamme, non ci saranno più scuse. Se si ha qualcosa da perdere non si ha il coraggio di oltrepassare il limite, sfondare i muri, aprire crepe, e mettere in discussione le parole a guardia di ogni soglia. Perché, qualche volta, la libertà è quella di dire agli altri quello che non vogliono sentirsi dire: liberati dallo sforzo di essere qualcosa, finalmente saremo liberi del tutto. Ma, tutto questo, lo vuoi proprio sapere?
Track Name: Sulla Rupe
SULLA RUPE

Ragazzo, veni qua sullo scoglio e prenditi da bere.
Ti racconto quello che vuoi sapere. Ma lo vuoi proprio sapere?
Che se vai a fondo durante una tempesta
quello è il posto più sicuro al mondo.
E ti ho mai detto che ognuno è accecato
da un controsole che dietro c’ha il buio dall’altro lato.
Grattando via la ruggine dalla chiglia
Hai mai notato che la perla è una malattia della conchiglia

Lascio ossa e masso ad asciugare, lascio sfogare il vento
fiero del mio inferno, sentendo il tempo che scorre lento.
Ognuno ha la sua rupe per cancellare se stesso
per lasciare andare tutto quanto che tanto
sto scoglio se ne frega di questo e del resto
un arco è teso finché si spacca, ragazzo
e poi da un giorno all’altro sei pazzo
tutto ciò non importa più niente oramai

Ma ti ho mai detto
che i mostri non muoiono mai.
I mostri non muoiono mai,
però si stancano e a morire sono le paure.
Spacco legna con la scure a due tagli, parole oscure agli scogli.
E intanto, prima della fine, con la follia meritata col sudore
scriveremo nel mare il nome occulto della nostra nave
e anche se adesso la brace si è spenta domani, ragazzo,
ci proveremo ancora, noi ci proveremo ancora.
A dire di no, o almeno a farne a meno
noi ci proveremo lo stesso
firmato Dioniso, firmato il Crocifisso.

_________
Sulla Rupe

Tutti hanno la propria rupe. Financo Attila. Anche FwN, sul bordo del dirupo di una scogliera che esiste da sempre ai piedi di un inferno di acque, scrive alcuni biglietti della sacra follia. Ormai considerato dagli altri sull’orlo della pazzia, è seduto sopra lo scoglio a contemplare un mare incontrollabile, che sfugge all’autorità dell’uomo e incute timore, come ogni cambiamento. La rupe è un luogo dove, come nella vecchia storia delle due tigri in cima e in fondo al burrone, non si possono uccidere i mostri, ma si possono prendere per sfinimento. Se credi di averne ucciso uno, stai solo preparando la tua rupe, a fianco di un Prometeo stanco e di un’aquila, stanca anche lei di mangiare sempre lo stesso fegato sempre sulla stessa rupe. E così, sarà proprio l’aquila a dire di no, a fare a meno di divorare la sua preda, saranno le bestie più feroci a rifiutare per rifiatare, nel giorno sacro del non fare niente, nell’intervallo, negli spazi, negli interstizi, mentre un sole in alto si fa beffe dei nostri problemi e della nostra morale, e mentre il mare tenta invano di respingere questo vento stupendo che soffia su una candela che brucia da entrambi i lati.
Track Name: A Torinói Ló
A Torinói Ló

Nero rettangolo di nero nulla.

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A Torinói Ló

Il cambiamento è in atto, la fine è vicina, scompare l’acqua, cala l’oscurità, anche il vento cessa di erodere le cose, che non c’è più niente da consumare.

“Non c’è rifugio per proteggere qualcosa dalla loro avidità. Il cielo è già loro, e tutti i nostri sogni. Non siamo stati capaci di comprenderlo fino in fondo. Ci abbiamo creduto, l’abbiamo accettato, ma non l’abbiamo compreso. Ce ne stiamo lì, storditi ma non rassegnati, finché qualcosa, una scintilla, finalmente ci ha illuminati. E d’un tratto ci siamo resi conto che non c’è Dio né altri dei, che non esiste bene e male. E se così è, neanche noi esistiamo. Ecco il momento in cui siamo svaniti, ci siamo estinti, estinti e spenti come le braci arse in un campo.”
[Tarr Béla, A Torinói Ló]

“Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?”
[F.W.N., La gaia scienza, aforisma 125
Track Name: Il Gabbiere
IL GABBIERE

Lo senti?
C’è un vento stupendo per bere e andare
alla deriva un po’come quei pesci che vanno un po’a caso,
in balìa di quest’onda, senza più una sponda,
ma i pesci questo lo sanno.
Conoscono i porti in cui non sono stato,
gli oceani in cui non ho mai navigato
e sanno che non son capace
a morire impiccato senza in mano un whiskey torbato

O è l’agua ardiente che assunta un po’spesso
Allontana la morte e mi ricorda di adesso?
O è questa grappa da contrabbandiere
che, come sopra il pennone, mi fa vedere più in là?

Dalla mia torre di vendetta le verità le dico al vento
che indietro non si può tornare, nemmeno volendo.
Ma scorre in parallelo un’altra vita qui a fianco:
la somma dei dadi che non ho tirato,
e questo i pesci lo sanno.

Dalla mia torre di vendetta la vita va per come va,
ma non è un caso, è il caso, o cosa? Maccosa sarà?
E sulla mia tomba una scritta: “Non è mai stato qua”,
ma non è un caso. È proprio il caso?
È il caso: sia fatta la sua volontà.

_________
Il Gabbiere
“Il protagonista di ogni storia di Alvaro Mutis, Maqroll il Gabbiere, è l’archetipo del viaggiatore, con un grande amico, una donna amata e rimpianta e un’esistenza circolare alla quale non sarà mai dato l’appagamento o la coincidenza di affetti e desideri”.
Il Gabbiere è la vedetta, il cartografo, il lupo di mare, lo scrittore del disastro, l’uomo dei dadi che vuole vivere il 30 febbraio, un giorno in più, come se fosse sempre il suo penultimo giorno. Un uomo costretto a navigare sempre in salita, nella solitudine di viaggi ostili, deve spogliarsi di (non rinunciare a) ogni speranza. Ma il Gabbiere non
ha nulla a che fare con la disperazione di Achab. La sua è una forma di "dis-peranza", una rassegnazione attiva alla condanna dell’essere vivi che è propria dei perseguitati, e delle loro antiche canzoni in marcia. Anche il Gabbiere è sempre in marcia, il suo dado è truccato, e i suoi istanti non permettono ritorno. Ma anche se tutto è Caos, le cose più straordinarie le si trovano alla cieca, e le verità si dicono al vento. Il Caso è la brezza che porta i semi, il ritmo del mondo. Un giorno faremo le mosse giuste, fondate sul niente, ma non è questo il giorno.
Track Name: Prologue
PROLOGUE

“Restate fermi, restate fermi…Figli di Malgrado, fratelli miei! Vedo nei vostri occhi la stessa paura che potrebbe afferrare il mio cuore. Verrà un giorno in cui avremo un riparo che ci protegga dalla tormenta che infuria sul mondo. Ma non è questo il giorno.

Ci sarà un giorno in cui l’uomo smetterà di annodarsi il cappio alla camicia, le mura impastate col sangue degli schiavi consenzienti crolleranno, cancellando ogni frontiera. Ma non è questo il giorno. Ci sarà un giorno in cui inizieremo a desiderare di non avere più illusioni e ad illuderci di non desiderare niente. Ma non è questo il giorno.

Un giorno in cui avremo la speranza che nuovi mondi possano sorgere. Ma non è questo il giorno. Questo è l’unico mondo possibile e in questo mondo dobbiamo vivere in un altro modo, insieme, io, noi, loro. E noi siamo loro.

E per questo, malgrado tutto, quest’oggi, è il giorno in cui ci libereremo dagli Ormai, dai Non ancora, dalle colpe, dai debiti e dalle catene che ci siamo lasciati mettere. Il giorno in cui, malgrado tutto, non avremo più paura di combattere, smetteremo di sognare ma inizieremo finalmente a svegliarci e andremo avanti, portando il fuoco sotto questa pioggia.

Per tutto ciò che ci manca e dobbiamo riconquistare, malgrado tutto, vi invito a resistere, Ciurma del Disastro!
E che si dia fuoco alle navi, allora!”

________
Prologue

La pioggia non cesserà. Quello che sta accadendo continuerà ad accadere. Il naufragio universale è imminente. Nell’attesa, e in assenza di qualsivoglia speranza cristiana, si può solamente esercitare la pazienza, la comprensione, la solidarietà e l’autonomia. La storia richiede un salto, richiede il coraggio dell’imprevedibile, il coraggio di toccare quello accanto a cui si passa e di scrutare in questi abissi senza fondo per guardare le facce che lo ripopolano: da Io a Noi, da Noi a Loro. Noi siamo Loro. Siamo questa folla, anonimi e per niente speciali, perfettamente soli e in questo identici a tutti gli altri. Le facce meticce delle minoranze. Le masse non hanno mai aderito alle alternative di ribaltamento. Lo ha sempre fatto prima un gruppo minoritario, poi un altro, e così via. E così, alcuni Corsari del Presente, resistendo assieme al freddo, portando quel fuoco in avanti, con-corrono alla propria perdita. Come termiti tessitrici di reti, lavorano con pazienza, conoscono la posizione delle fonti nel deserto, si riparano dalle tempeste rimanendo sul fondale, negli spazi, nelle ferite del mondo. Sanno che per non precipitare, si deve continuare a cercare ancora, e prendere coscienza della realtà, per imboccare strade diverse. Ma adesso le campane suonano, le navi ardono, ed è giunta l’ora di andare.
Track Name: L’Assedio di Malgrado
L’ASSEDIO DI MALGRADO

L’ouverture è terminata.

Queste campane della catastrofe
L’incubo più incubato di questa vita
insopportabilmente corta, insopportabilmente lunga
che è poi lo stesso che è poi lo stesso

Alla presa del palazzo di Malgrado
il palazzo era vuoto, era stato evacuato.
Linee di fuga in ogni direzione,
nascere, e vivere, in una guerra al rallentatore.
Fra gli interstizi del sistema, un fiore
fra le macerie dei Non Ancora e degli Ormai.
Attraverso le crepe nelle mura,
una nave al buio e quattro marinai.
Nell’avvitamento di vite a metà
Malgrado tutto resistiamo in ogni città
riconquistando il Tempo
nel punto dove accadono le cose,
non prima, non dopo. Non prima, non dopo.

____________________
L’Assedio di Malgrado
Interi mondi sono finiti e adesso non ci sono risposte, solo domande. La catastrofe è già accaduta. Non “ormai”, ma “per l’appunto”. Finalmente Malgrado è assediata. Cani con la schiuma alla bocca rovistano nelle strade polverose ostruite dai detriti. Ok, c’è da cercare cibo difendersi dai cannibali dal freddo dai predatori dalla peste dai Nazgul e dai Mostri. Ma della fine ne eravamo al corrente comunque, senza che dovesse arrivare la morte delle cose, di una pianta di basilico, di una persona, di un’identità, di una scena, di una civiltà, a ricordarcelo. Tutto quello che si conosceva del mondo, e di sé, è perduto per sempre. Triste, reale, e bellissimo. In un istante, la meraviglia di assistere all’andare in pezzi dell’identità, guardando la fine di un mondo che va in rovina, lentamente, nel tempo, e la meraviglia di essere proprio lì mentre sta accadendo, al rallentatore. La nuova rotta nasce proprio da questa rottura. È giunta l’ora: accorriamo lungo tutte le direttrici, lungo tutte le possibili vie di fuga. La direzione non importa, importano i compagni di viaggio, che tanto i nomadi sanno sempre dove andare, e le macerie hanno cancellato la linea immaginario che segnava ogni frontiera. Siamo liberi dal copione prescritto, e dall’idea che qualcuno debba decidere per nostro conto. Da sempre, le rivoluzioni nascono nel momento del disastro, come reazioni dal basso, mentre tutto sta crollando. Ma forse stavolta la battaglia non è più per riconquistare un palazzo, un territorio, uno spazio, ma per riconquistare il proprio Tempo e determinarne la velocità. Non siamo in lotta contro il Tempo ma per un Tempo diverso, non più sottomesso al denaro e libero dalla paura. Vincere non dipende da noi, ma combattere sì, al nostro meglio fino a dove, e quanto, Malgrado ci permette di spingerci. Dipende da noi la potenza sotterranea di un flusso che non si arresta, di una resistenza liquida capace di rimettere nelle mani delle persone la propria vita. L’unico rischio che corriamo, nel peggiore dei casi, è al limite soltanto lo sguardo incarognito del boia e di un altro paio di persone, mentre, nell’adempimento delle loro mansioni, ci stanno impiccando.

“Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa. Vecchie e spinose questioni si erano risolte in tenebre e nulla.”
(C.McCarthy, La Strada)

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